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Il campeggio di mezza estate

Ricordo soltanto le fronde degli alberi sopra alla mia faccia al mio risveglio dall’incubo. Avevamo posizionato le no-stre tende da campeggio su un terreno scosceso e vicino a dei tavoli da pic nic. Sembrava domenica quella mattina come sembra domenica sempre quando le famigliole si riuniscono a pranzo. Stavano pranzando quando mi svegliai, lavorando sulle griglie circondate da mille bustoni di plastica e zaini che formavano tante macchie multicolore con-tro il verde-marrone di tutto il paesaggio circostante. Con chi cazzo sto dormendo in tenda? Fu il secondo mio pen-siero. “Non voglio scopare”. Mi tornò in mente anche la sua frase della sera prima. Tornavano dei flash improvvisi. Avevamo acceso anche un grande fuoco, ora ricordo, e ci sputavo sopra del whisky come carburante, percuotendomi il petto come un naufrago su un’isola selvaggia. C’erano tante occasioni per andare in montagna, per andare in va-canza, per andare a fare questi fottuti pic nic, ma tutti sceglievano lo stesso week end dell’anno, supinamente, come degli ovini. Sentivo la puzza di autostrada in loro, vedevo gli schifosi paesini di periferia dai quali venivano, palaz-zine dormitorio di grandi città. Tutte le grandi città erano formate al 99% da periferie dormitorio depresse che so-gnavano di essere quell’1% “centro”. Ma torniamo nella tenda. Insomma la mia donna la sera prima si era rifiutata di scopare. Un attimo, forse non era la mia donna, il problema era proprio quello, era la donna di qualcun altro fini-ta nella mia tenda. Avevamo scopato parecchie volte ma quella sera no, quella sera eravamo rientrati nei nostri ruoli, io alla mia solitudine, lei al suo naturale tipo di fidanzato, che non ero io. Io avevo preferito ubriacarmi come un porco davanti al fuoco, danzando e urlando alla luna. Ma non eravamo soli. C’era con noi un’altra coppia. C’era un pazzo in motocicletta e la sua bambolina portatile. In effetti, sin dal primo momento in cui l’avevo visto, mi ero chiesto perché si fosse portato in campeggio 2 litri di benzina, un coltello da Rambo, delle corde e un paracadute. Il campeggio era finito e la mia conclusione era che la natura faceva schifo come lo smog della periferia milanese. Ora ricordavo anche Rambo cosa aveva fatto. Si era nascosto dietro certi alberi in piena notte, terrorizzando il gruppo. “È completamente pazzo, vuole che io sia soltanto sua, la sua puttana!” aggiunse la bambolina portatile. “È geloso! Pensa che io lo tradisco e adesso vuole uccidermi! Vuole ucciderci tutti” continuò la bambolina. La strada per arrivare fin lassù non era stata certo semplice, avevamo attraversato le strade serrate sui dirupi rocciosi che conducevano da un vecchio monastero fino alla vetta di un altro monte. Era una via che non percorrevano da secoli gli abitanti del posto. Ma la strada per scendere di lì -io non l’avrei mai immaginato- sarebbe stata ancora più ardua. I miei camerati non volevano scendere da quell’incubo montuoso. Avevo paura che volessero trattenermi lì per il resto dell’eternità. Eppure appena giunti nel bosco il vecchio custode del Rifugio ci aveva avvisati di non percorrere il lato sud della montagna, perché c’era un costone roccioso quasi impossibile da attraversare senza corde e picconi, e che una volta era dovuto andare a salvare una comitiva milanese con l’elicottero. Il vecchio Robinson ce l’aveva detto. Mai attraversare la montagna, per il lato dove non batte mai il sole. Andammo giusto lì. Nel percorso, io e la mia donna che non era la mia donna, perdemmo presto l’altra coppia, che non era una coppia normale. Il primo quadro fu una specie di cimitero degli animali, chiusi dentro delle ampolle di vetro con tanto di etichetta informativa. Un tasso morto che ringhiava. Un caminetto che ci era stato sconsigliato di usare, un cesso pieno di vermi e zanzare. Questo era il rifugio. Il secondo quadro fu il lato sud della montagna, aveva un panorama bellissimo ed era battuto dal sole soltanto per mezzo metro in modo che quel mezzo metro di erba sembrasse il più verde e luminoso e paradi-siaco del mondo. Rimanemmo appesi sul costone roccioso tutti e quattro. Avevano fumato tutti parecchio e si ren-devano ancora più detestabili. Il campeggio era il contrario della vacanza, era un incubo. Era tutto un disagio inter-vallato dalle loro risa da idioti sfumacchianti, gli occhi crepati e piccoli, le sciocchezze più vuote che uscivano dalla loro bocca. Una canna e poi un’altra canna, poi un’altra risata idiota. Avrei preferito 16 ore di lavoro in fabbrica, per Dio. Il problema era quello di essermi inserito troppo nella società, stavo esagerando. Non solo andavo a lavorare come uno stronzo, ma addirittura mi costringevo a partecipare alle gite forzate di gruppo nei week end quando tor-nano i meridionali dal nord, e si perdono sull’Appennino.


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