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“Thank you and goodbye”

A volerlo leggere “alla meridionale” quell’“Arrivederci e grazie” con cui il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha commentato l’arrivo della missiva inglese in cui si attiva il processo di secessione di uno stato membro dall’Unione Europea non è esattamente una frase di circostanza. Piuttosto nasconde un detto/non detto che viene decisamente fatto risaltare, quasi a voler dire: “un giorno ve ne pentirete”. È vero, c’è un duro negoziato alle porte, ma è improbabile che ci siano intenti minacciosi o di vendetta, da parte europea. Almeno a caldo. Innanzitutto perché i britannici non sono quel monolitico blocco di “popolo” che Theresa May pretende di aver “accontentato”: tra Nordirlandesi e Scozzesi che vogliono cogliere l’occasione della Brexit per mollare Londra una volta per tutte, e le mai sopite tensioni tra le “rust belt” deindustrializzate e la scintillante finanza della City, c’è talmente tanto fermento oltre la Manica, che sarebbe impossibile, oltre che avventato, distinguere tra “noi” europei e “loro” britannici. Tanto più che in questi 40 anni di matrimonio, di interesse più che d’amore, tra UK ed EU, i figli dell’Europa unita sono sempre stati più avanti dei genitori, contaminando e facendosi contaminare dal resto del Vecchio Continente, e dando corpo ai progetti ideali dei padri fondatori europei. Certo, poi quelli che non si sono mai allontanati dalle piovose brughiere inglesi, la Brexit l’hanno votata. Affliggendo anche i connazionali “remainers”, perlopiù giovani ed istruiti, che sono ora bloccati in un limbo e rischiano di venire usati come pedina negoziale. Pur non perdendo d’occhio la realtà, in un momento greve come quello di una separazione, vogliamo però coltivare un razionale ottimismo per il futuro dell’UE. È vero, i tempi ci consegnano una Europa abbrutita da tensioni economiche e sociali, a cui spesso sono state date risposte datate e insufficienti. Una burocrazia che fatica a stare al fianco dei suoi cittadini, l’ascesa dei populismi e le sfide dell’immigrazione che ancora non siamo stati in grado di affrontare con raziocinio e civiltà. Ma teniamo sempre presente che abbiamo avuto la fortuna di nascere in uno dei posti migliori al mondo. Dove è altamente improbabile morire in fasce diversamente dalla larga parte delle terre emerse. Dove a chiunque è consentito ricevere una istruzione decente. Dove è possibile esprimere liberamente le proprie opinioni, professare il proprio credo e seguire i propri convincimenti, senza distinzione di razza o genere. Dove il diritto alla salute viene prima dei profitti delle assicurazioni sanitarie private, ma al contempo l’iniziativa privata è libera ed incoraggiata, tanto da essere al primo posto per PIL pro capite al mondo. Insomma l’Unione Europea è un posto sicuro, prospero e libero, come pochi altri al mondo. Ha problemi, certo. Anche grossi. Ma non per questo ha senso gridare allo sfacelo. E se una risicata maggioranza dei britannici ha deciso di partire per altri lidi, magari con una punta di nostalgia per l’Impero che fu, non possiamo che prenderne atto. E augurar loro buona fortuna, perché nel mondo dei muri e dei piccoli e grandi Trump ne avrà bisogno. Magari ricorrendo alle parole degli inglesi Pink Floyd, che ammonivano “Together we stand, divided we fall”.


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