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Sensazioni. Vagheggiamenti sul voto in Olanda

Ho un vago ricordo della trama di un film, o di un telefilm, forse in bianco e nero, forse degli anni sessanta, mentre non ricordo la sua nazionalità, il regista e gli attori. Chissà se qualcuno si ricorda di un’entità aliena, giunta da altri mondi che, attraverso chissà quali diavolerie o solo attraverso la semplice sostituzione delle persone per clonazione, s’impossessa della mente di giovani adolescenti, facendone puro strumento della sua volontà di occupazione e di distruzione. Gli unici segni che fanno capire il loro essere posseduti sono dati dalla mancanza delle iridi e dai lunghi capelli, diventati albini. Dopo una battaglia tra umani e questa entità, quando tutto sembra tornato alla normalità, il film finisce inquadrando gli alunni di una classe media, tutti albini che guardando, senza occhi, verso la telecamera sembrano dire: -abbiamo vinto, ecco che arriviamo -.  È una delle scene più inquietanti di cui io abbia ricordo e che, persino dopo anni, mi fa’ paura.  Vi confesso che, nel vedere alla televisione quel Geert Wilder, capo del PVV (partito della libertà) olandese, ho la sensazione di trovarmi davanti ad uno di quei ragazzi alieni, un po’ invecchiato ma, stessi capelli, stessi occhi. Questo per dire che di questo personaggio non solo non condivido le idee ma ne ho un’avversione, da istinto primordiale, fisica. Detto ciò, non mi unisco però al coro di quanti, in Olanda e in Europa, si dicono felici perché questo “alieno” è stato sconfitto e perché ha vinto lo status quo dei filo-europeisti. Dovrei diventare orbo anzi, senza occhi alla pari di quei ragazzi, per non vedere che è proprio la costruzione di questa Europa unita a far crescere simili personaggi. Per dire il vero non capisco quali siano le differenze tra lui, capo dei populisti e Marck Rutte, del partito liberale, il vincitore (mica tanto) delle elezioni olandesi. Tralasciando qualsiasi considerazione sulla sparata demagogica e costruita solo per fini interni (elettorali), di vietare l’ingresso al primo ministro turco, entrambi sono iperliberisti, perciò mirano a cancellare ogni ruolo dello stato per come costruito fino ad oggi. Il primo vuole sostituirlo con una vaga entità localistica che recuperi la propria identità solo in una pseudo omogeneità razziale, da costruire a spese delle minoranze interne e reimponendo all’estero rapporti coloniali. Tale pensiero nulla ha da spartire con l’idea di ricostruzione dell’identità nazionale, il cui unico vero presupposto, fondante e valido, dovrebbe essere il desiderio di ogni popolo di voler vivere, tra gli altri, da libero e da pari. L’altro pensa che l’unico strumento di progresso sia l’Europa della finanza e del capitale che deve poter agire in regime di paradiso fiscale, senza i freni inibitori dello stato sociale (welfare). Questa sua convinzione trova poca giustificazione nel fatto che l’economia olandese cresca di più che nel resto dell’Unione, poiché tale crescita è servita solo a creare maggiore sperequazione tra i ceti ambienti e quelli popolari. Che così è lo dimostra il crollo dell’unico vero sconfitto di questa elezione, il partito del lavoro.  Questo, con la sua adesione alle tesi liberiste della maggioranza di governo, dai ceti più poveri e dalla classe operaia è stato visto, a ragione, come uno strumento non più valido per far valere i loro interessi.  Anzi, peggio, è stato visto (alla pari di tanti altri partiti socialisti europei) come il più zelante applicatore delle regole neoliberiste, tese in primo luogo alla deregolamentazione del lavoro. Molti mi diranno che il primo non lo abbiamo visto all’opera, per cui non sappiamo bene dove vada a parare, mentre i disastri del secondo sono ben più evidenti. Infatti, sono quelli come Rutte, i capitalisti internazionalisti, ad aver “avventatamente” aperto l’Unione a est, con una presunta apertura dei mercati che ha reso impossibile qualsiasi tentativo di tutela del salario operaio. Sono loro che, con la sottoscrizione dei trattati europei (da Maastricht in poi, ma forse anche da prima), hanno voluto solo l’assoluta libertà di movimento finanziario, di aver, con la realizzazione dell’euro e l’invenzione dell’obbligo di parità tra entrate e uscite nel bilancio statale, voluto impedire a ogni stato di poter programmare il proprio sviluppo (con interventi anticiclici) e la possibilità di tutelare lo stato sociale. Ritornando a Wilder, ricordo che il primo tentativo di costruzione di una totale egemonia, il liberismo imperante lo fece, subito dopo la caduta del muro di Berlino, con la riproposizione di temi nazionalisti. Questi servivano in primo luogo a facilitare e accelerare la disgregazione dell’Unione sovietica o la distruzione della Iugoslavia, ma anche a far sì che nuove identità “localiste”, rissose e scontrose col vicino, sostituissero gli stati che si andavano a demolire (dalla Cecoslovacchia alle tante repubbliche Caucasiche, per continuare con Libia, Siria. Persino in Italia vi sono stati dei tentativi). Tali mosse rispondono una logica esplicita del “divide et impera” ma anche e soprattutto a una più implicita, di svuotamento dello stato (che va rapinato di tutte le sue ricchezze) e delle sue funzioni in campo sociale. Insomma, quando al tuo popolo non vuoi dare nulla, lo devi distrarre dandogli un nemico. Wilder appartiene a questa schiatta e ha bisogno, così come Rutte, di un nemico.  Però, bisogna ricordare che, prima o poi, ai nemici si fa la guerra. L’amarezza è che rispetto a tutto questo, mancano dei partiti che abbiano una vera visione nazionale, quella di chi vede nello stato lo strumento per difendere ad ampliare il welfare e per costruire con gli altri popoli rapporti solidali.


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