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La partita

calcio x stradaSeconda metà degli anni sessanta, primo pomeriggio di un giorno d’inizio estate, sotto un sole cocente sto seduto sui dei gradini antistanti l’ingresso ad un nobile fabbricato. Non molto vecchio, con elementi di stile floreale, questo aveva una sua eleganza ed era tra i più interessanti tra quelli posti sulla via principale del paese, in adiacenza di una bella piazzetta. Stavo lì seduto non certo per ammirare le fattezze architettoniche del palazzotto quanto, piuttosto, perché avevo dato appuntamento in quel luogo a tutti gli amici di scuola. Ero arrivato sul posto da almeno mezz’ora e con mia meraviglia, mi domandavo come mai il ritardo, vista l’importanza dell’appuntamento poiché, al momento, si erano raccolti solo Fabio e Pasquale, due ragazzotti di undici anni, due meno di me e un terzo, il più anziano anche se per pochi mesi, di cui ricordo solo che si chiamava come me.
Da lì a pochi anni i tre che condivisero la mia attesa furono obbligati ad emigrare, alla ricerca di lavoro ma, mentre i primi due andarono uno in Piemonte e l’altro in Svizzera, per cui ho avuto modo di vederli spesso durante le vacanza estive, soprattutto il primo con cui, condividendovi la passione, sono andato spesso a cercare funghi sui nostri monti, l’altro se ne andò in America e da allora non l’ho più visto. A quel tempo però e per molto altro ancora, stavamo sempre insieme. Pur non essendo compagni di scuola, per il tempo libero li preferivo ad altri perché, alla mia pari, erano di abitudini e modi urbani. Portati a combinare guai come tutti a quell’età, non eravamo portati agli eccessi, rifiutandoci, ad esempio, di partecipare a quei raid in campagna, finalizzati a distruggere tutto quello che si trovava davanti, dal seminato alle piante da frutta e agli animali, domestici o selvatici che fossero. Non dico di quanti ramarri, serpenti e uccelletti finivano, dopo torture e sfregi, arsi vivi, perché questo succedeva, meno spesso solo per la difficoltà di catturarli, anche ad animali “nobili” quali cani, gatti, volpi, tassi e altri vari. Ricordo di una volta che, catturato un pullo di gufo reale, un amore solo a guardarlo, alcuni amici cominciarono prima con l’accecarlo, poi con tagliarli le ali, una punta alla volta, mentre altri stavano preparando il solito fuoco purificatore. Imbestialito, presi una mazza e dopo aver a lungo esitato, non sapendo bene contro chi dirigerla e cosciente della reazione veemente di quanti si sarebbero visti distruggere l’oggetto del loro trastullo, con una botta secca uccisi l’animale pur di sottrarlo ai suoi aguzzini … Disposto a tutto per un’azione giusta, anche alla fuga precipitosa cui fui costretto per evitare lo scontro fisico. Unico diversivo rispetto a questo tipo di vita era, in estate, di andare al fiume a fare il bagno. Dentro a “li ‘urii”, sorta di vasche naturali, stavamo ad infracidire in un’acqua freddissima. Non che l’atteggiamento cambiasse tanto, perché in questo caso le vittime diventavano pesci, rane e girini. Certo, col pensiero rivolto ai ragazzini che facevano ciò, mi si potrà dire “ma che li frequentavi a fare tali bestie”. All’epoca erano la maggioranza assoluta se non la totalità, mi sarei costretto all’isolamento e poi, più che cattivi, erano continuatori di pessimi retaggi storici. Infatti, molti di questi antichi torturatori oggi sono diventati coerenti e bravi difensori della natura.
Conoscendo la mia indole, preferivo essere io ad avere abitudini e frequentazioni diverse, girando per tutto il paese, cosa peraltro interdetta alla quasi totalità degli altri giovinastri. Il municipalismo, tratto caratterizzante della cultura italiana, all’epoca era esasperato al punto che nello stesso centro abitato vi erano divisioni enormi tra un casale e un altro. So che era lo stesso per altri centri, almeno quelli più grandi, dove la divisione era tra rioni o tra quartieri, ma credo che in pochi posti questa sfociasse in una guerra permanente, condotta da torme di ragazzini, spesso bambini e che quotidianamente interessava, con azioni di vera guerriglia, una qualche parte dell’area urbana. Gli adulti, forse perché capivano di aver bisogno di un mondo più vasto per meglio sopravvivere, non partecipavano a tali lotte, ma ne condividevano lo spirito. Essi, ancora allora, traevano dall’immediato circondario del casale tutto il necessario per il proprio sostentamento, quindi era in quello che costruivano il loro senso di appartenenza, di comunità, dando agli altri il ruolo di estranei se non di invasori. D’altra parte, con tale senso di estraneità, marcato da una maggiore e più esplicita ostilità, avevano accolto nei secoli i vari signori che avevano inteso comandarli, senza farsi mai domare e sopportandoli appena solo quando erano essi ad accettare di far parte del loro mondo.
Come potevo io, in compagnia del mio ristretto gruppo, in un clima così fatto, frequentare tutti i posti, potendo arrivare persino nei casali alti, luoghi tabù, sconosciuti totalmente da chi abitava nella parte bassa. La domanda, quasi l’unica che mi rivolgevano all’epoca, aveva una semplice, quasi banale risposta: mi facevo amici quelli più inclini alle guerre, a cui chiedevo il permesso di passare, inventandomi un amico, un parente o no so cosa altro. Dopo, tante volte passavo, le prime anche tra gli schiaffi, gli sputi e gli spintoni di qualche irriducibile e stupido facinoroso, fino a quando si abituavano a me. Inconsapevolmente, il mio gruppo, in compagnia di chissà quanti altri sconosciuti pionieri, per lo più giovani attratti dalle belle ragazze che popolavano ogni casale e che, prime donne del luogo dopo secoli, finalmente potevano sostare libere innanzi agli usci delle loro case, cominciammo a cambiare la nostra cultura da agricola in urbana. In pratica, cominciammo a sostituire i raid in campagna, dove passavamo tutto il nostro tempo libero, con la frequentazione di bar, sale di biliardo e circoli ricreativi (da li agli anni settanta se ne avranno una miriade) dove, grazie al Jukebox e alla televisione, entravamo in contatto con le mode dalla nascente società dei consumi, da noi scimmiottata più che vissuta.
Senza tergiversare ancora e ritornando all’attesa, dopo la mezz’ora che a me era sembrata un’eternità, ecco arrivare un primo gruppo di ragazzi, non quelli previsti, ma un gruppo di un casale vicino che, nel vedere un pallone sulle mie ginocchia si avvicinarono di corsa. Uno di loro, tentando di afferrarlo, senza riuscirci perché lo avevo stretto bene tra le gambe, disse: – mamma che bel pallone, di cuoio vero e pure ad esagoni come quelli più moderni … ma come te lo trovi … facciamo una partita-. Ricordo di aver risposto solo all’ultima parte: -se arrivano i miei compagni di scuola, giochiamo senz’altro- … lasciando una sorta di mistero sul resto. L’arcano, in verità, non era tale poiché il pallone me lo aveva regalato uno zio, un cugino di mio padre venuto dall’America. Ne aveva portati due, uno tondo e uno ovale poiché, a suo dire, non ricordava quale sport andava per la maggiore in Italia. Questa affermazione suscitò in me, che sapevo il parente emigrato da appena dieci anni, una forte meraviglia. Era un tempo non sufficientemente lungo da far dimenticare gli usi della terra d’origine … o forse sì, vista la capacità della società nord americana, allora più evidente, di imporre il proprio modello di vita, fatto passare come l’unico ad essere moderno, quale sostituto di quello delle terre di provenienza e là .. si sa … giocavano il football americano. In ogni caso il gesto rese estremamente felici me e mio fratello: possedere un pallone significava il comando, potendo decidere quando, come e con chi giocare, una vera scalata tra ceti sociali e di più d’uno in una sola botta.
Ritornando al gruppo di ragazzi sotto il sole, il nuovo venuto insisteva: – ma cosa dobbiamo aspettare, giochiamo tra noi, un piccolo scontro tra casali-. Proprio quello che volevo evitare, dare il pretesto per una nuova guerra quando la pace, più una fragile tregua, era stata siglata solo pochi giorni prima … Non me l’avrebbero perdonata, non me la sarei perdonata. Per fortuna, vedendo arrivare una ventina di ragazzi delle scuole medie, potei ribattere: – Eccoli, ora facciamo due squadre e senza distinzioni, dato che questi arrivano da ogni parte -. L’altro insisteva che era meglio la sua proposta ma, per fortuna, sapendo della mia determinazione e mossi dalla bramosia di giocare, gli altri la rifiutarono in massa.
In quegli anni, grazie alle rimesse degli emigranti, si era in pieno boom edilizio, per cui i campi adatti a giocare e vicini al centro erano diventati veramente rari, quindi, tutti insieme decidemmo di fare la partita lungo la via, incuranti dei fastidi che potevamo procurare. Erano le due e mezzo del pomeriggio quando, dopo avere definito le porte con due grosse pietre, dette mazzacani, quindici da un lato e sedici dall’altro, cominciavamo una delle partite più lunghe a cui io abbia mai partecipato. La mia squadra era quella composta da sedici, cosa ben accetta dagli altri perché ci ritenevano talmente scarsi da poter avere non uno, ma due o tre giocatori in più. La considerazione mi urtò molto perché temevo di essere proprio io lo scarso per antonomasia. Ne ebbi presto conferma. Da terzino mi ero fatto sfuggire, per l’ennesima volta, un piccolo, gracile ma agile e furbo attaccante dell’altra parte che, andato a segno per l’ennesima volta, aveva portato il risultato a favore della sua parte sul quattro a uno. Malgrado avessi, con il classico botto di culo proprio di chi è scadente, segnato l’unico gol della mia squadra, con un tiro teso e quasi raso terra, sparato da centro campo, mi fu chiesto all’unanimità di passare in porta. Sul campo il predominio era ed è di chi gioca meglio e a nulla valsero le mie proteste con relativa minaccia di andar via, naturalmente, in compagnia del pallone. Mi dovetti rassegnare, posizionandomi, mio malgrado, tra i “pali”. Più che il portiere, essendo impossibile tuffarsi sull’asfalto senza farsi male, ero diventato una specie di stopper o libero aggiunto, la cui unica possibilità di non farsi segnare era quella di scattare ed anticipare l’avversario con i piedi, lanciando la palla il più lontano possibile. Il nuovo compito mi riusciva meglio del precedente ma, cosa volete, per me, come per tutti i ragazzini di quella età, lo stare in porta era una grave punizione poiché, esclusi dal gioco, ci si sentiva un non calciatore. Uscito io dal campo, quasi come per miracolo, la mia squadra segnò due gol, avvicinandosi alla parità. Da quel momento la partita si accanì, con le corse furiose e il vociare continuo fatto di “passa … passa, tira … tira, ‘ffanculo … culo … culo, stronzo … onzo … onzo”. Non mancavano, naturalmente, li vaffanlippe, la maronzola e tante altre, oggi sconosciute, imprecazioni, mentre poche erano le bestemmie e le vere male parole. Vestiti quasi tutti con pantaloncini corti, maglietta e sandali ai piedi, nulla ci riparava dalla botte del duro e pesante pallone, dagli spigoli dei marciapiedi, dall’abrasione dell’asfalto, ma eravamo di gomma, pronti sempre a rimbalzare, nulla sembrava ci potesse fermare. Una battaglia, più contro gli ostacoli dello strano campo che contro gli avversari e come ogni battaglia, aveva i suoi caduti. Il primo ad uscire fu Pasquale che prese a cornate un segnale stradale, facendosi un bernoccolo in piena fronte grosso come un melone. Il secondo fu Angelo, detto lo capotico (il testardo) che, volendo per forza segnare, prese a calci non il pallone ma il mazzacane. Il terzo fu Michele, lo guappo re cartone, che su una scheggia di pietra si procurò un taglio al ginocchio, non grave ma tale da impaurirlo, tanto da non voler più giocare. Degli altri non ricordo ma, dopo un’ora, eravamo diventate due squadre quasi regolamentari, undici da un lato e dodici dall’altro. Gli infortunati, tutto fecero meno che andare, chi tenendosi la fronte, chi il piede e chi il ginocchio, tutti divennero tifosi, restando lì per ore a guardare. Anzi no, ci fu uno che se ne andò. Un certo Claudio, non più visto in paese d’almeno quarant’anni, cadendo non si era fatto male ma aveva stracciato il suo pantalone, nuovo-nuovo, appena uscito dalla sartoria. Di famiglia poverissima, sapeva di non aver altro da indossare e che, soprattutto, a casa sarebbero state cinghiate da orbi. Lo vidi andare via di corsa mentre alternava le bestemmie, vere e pesanti, a un pianto dirotto. In ogni caso, per gli altri giocatori tutto andò “liscio” per almeno un’altra mezz’ora, interrotti solo dal passaggio di qualche rara macchina. Le auto, a quell’epoca più diffuse di quanto oggi si pensi, venivano, però, utilizzate poco. In una società abituata al risparmio e alla fatica, per cui tutti, durante il giorno, dovevano essere impegnati a fare qualcosa, ne vedevi tante al mattino presto e alla sera o, magari, a ora di pranzo, quasi nessuna negli altri momenti.
Poco prima delle cinque del pomeriggio la partita, arrivata sul dieci pari, cominciava a languire con i giocatori ridotti a otto o nove per parte, poiché altri avevano abbandonato, chi per un occhio livido, chi per un gomito malandato e chi per manifesta stanchezza. Con ogni probabilità sarebbe finita, coscienti peraltro che, di lì a poco, ci sarebbe stato un forte aumento del traffico autoveicolare. Invece a farla riprendere ci pensarono, per semplice ordine di arrivo, gli studenti liceali, gli universitari e gli apprendisti dei vari mestieri che, a decine, vennero a rimpinguare le squadre. Diventammo in ventidue o ventitre per lato, talmente tanti che dovemmo spostare le porte, i mazzacani, per allungare il campo e permettere a tutti, in primo luogo, di starci e poi di aver la possibilità di giocare. Tanto poteva un pallone di vera pelle … e là vedesti, tutti insieme, scarsi e capaci, ragazzini di dieci anni e giovani di venti o anche trent’anni, apprendisti muratori coperti di stracci polverosi affiancarsi ai giovani fabbri in vecchie tute blu, ma anche ai “fichini” universitari che, per giocare, s’erano tolte giacca e camicia, avendo pure cura di arrotolare la parte bassa del pantalone della domenica .. già, loro vestivano sempre i panni della festa. Mi ricordo di me sempre in porta e di qualcuno che militava nell’interregionale e che, pur di sgambettare, non se ne fregava niente di potersi far male. Solo di due e tre mi ricordo il nome … Vito, il primo, lo vedemmo tutti uscire da un grande portone guidando una vecchia camionetta, carica all’inverosimile di sacchi. Fece si è no qualche metro per accostare sul lato della strada a monte della porta. Scese dicendo: – Guagliù aggia fa no servizio … ma me ne frego … mo meno quattro calci e poi parto -. Nicola sul campo arrivò di corsa seguito dalla voce tuonante del padre: – ma va affanculo, sto strunzo… so due ore che fremi … è meglio che vai a “pazzià” e non che resti qua a far danni … e mo’ i cacicavalli a chi li do, alle gatte-. Francesco, pure lui giunto trafelato, disse:- Io gioco in difesa perché devo stare sulla via, senza mai arrivare alla piazzetta, perché se no, lo “bosso” dalla porta di casa mi vede e rompe le scatole-. Dopo aver aiutato, fin dal mattino presto, il padre a sistemare la legna sotto una vecchia tettoia, per porla al riparo dalle intemperie, sentendo forte il richiamo degli schiamazzi chiese: – papà, posso andare perché ho da fare un bisogno-. Quello gli rispose:. – vedi di tornare presto che domani non ho tempo, dobbiamo finire. Non è che fai come il cane che per bisogno di cacare non aveva mai tempo per cacciare. Quello morì ucciso e tu vedi che ti capita-.
Non fu più una partita ma un atto di magia … giocammo e giocammo senza più farci male e senza interruzioni. Figuriamoci che gli autisti, quelli che avevano fretta, pur di non interromperci, deviavano il percorso, gli altri si fermavano per curiosare ma, anche, per commentare e in qualche caso, per tifare. Figuriamoci che l’austero casaro, dopo essersi messo pure lui, sul ciglio della strada, per guardare, a un certo punto disse al figlio: – ma come, non vedevi l’ora di giocare, a guardarti vedo che non sai fare un accidenti-. Il figlio: – se sai far meglio di me, scendi in campo a fammi vedere-. Nuovamente il padre, indicando tre altri padri di famiglia: – io e questi signori sappiamo di pallone più di te ..-. Fu così che vedemmo giocare anche i vecchi, ma proprio vecchi ché potevano avere ben più di quarant’anni. Alle nove di sera, sceso il sole da tempo, aiutati dalla luna oltre che dalla pubblica illuminazione, eravamo li ancora a tirare pallonate. Una andata storta ed ecco rotta la lastra della finestra di Peppo lo impicciuso (forse traducibile con il rognoso). Pensammo tutti che era finita che quello si sarebbe tenuto il pallone quando, pieni di meraviglia, lo vedemmo rimbalzare sulla strada e sentimmo una voce cavernosa: – la lastra me l’aggiusto io, stasera mi sono divertito e non per colpa mia dovrete interrompervi-. Continuammo per qualche minuto, quando vedemmo una donna anziana, piuttosto grossa e ancora vigorosa che, dopo essere stata, sempre più nervosa, sull’uscio di casa a guardare, con una mazza in mano si avventò contro il figlio Vito, gridando: – Ma come, disgraziato, io ti ho detto di portare la farina ai pastai e tu sì rimasto qua a fa guai. Mi servivano i soldi, lo sapevi e te ne strafreghi-. Non ho capito mai perché si accorse del figlio che giocava a pochi metri da casa sua dopo oltre tre ore, so che, imbestialita, menava fendenti contro tutti, pure contro chi non c’entrava niente. Nel fuggi-fuggi generale, il pallone andò a finire nella mani di mio padre che disse: – è ora di finirla, la maggior parte di questa gente deve ancora mangiare quando, a quest’ora, in parecchi si vanno già a coricare. Domani fa giorno se vuole Dio-. Fu così che fini. Era uno dei primi giorni del luglio del 1966. Il diciannove dello stesso mese la nazionale di calcio italiana, guidata da Mondino Fabbri, in Inghilterra, si faceva eliminare al primo turno dalla Corea del Nord, perdendo uno a zero. Una tragedia nazionale. Ci dispiacemmo pure noi ma, per tutta l’estate, con quel bel pallone facemmo altre, tante altre, partite. I bambini del luogo allora avevano li “sciscioli”, le palline, la zompa cavallina o la bandiera per passare il tempo a giocare, gli altri, adolescenti, giovani o vecchi che fossero il calcio o … forse, poco più.


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15 Commenti »

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